Finanza comportamentale: i trucchi della mente

Giovedì, 25 Luglio 2019

Economica e mercati

Nell’immaginario collettivo, quello finanziario è un mondo in cui la razionalità regna sovrana, un ambiente dominato da algoritmi e formule matematiche, dove c’è ben poco spazio per l’emotività. Nella realtà, è facile riconoscere come i comportamenti di chi investe siano guidati più da fattori psicologici che dalla razionalità e che proprio a causa dell'emotività, il buon esito dell'investimento viene a volte disatteso.

Basti pensare alle bolle speculative, che fanno gonfiare a dismisura determinati titoli o settori solo per effetto di un momentaneo quanto contagioso entusiasmo degli investitori. O alle vendite massive dettate non da una motivazione reale, ma solo ed esclusivamente dalla propagazione del “panico” tra chi possiede un certo titolo.

Questo presupposto è alla base degli studi della finanza comportamentale, la disciplina che applica la ricerca della psicologia cognitiva, ossia dello studio dei processi di elaborazione delle informazioni, alla comprensione delle decisioni finanziarie. I sostenitori di questa tesi hanno messo in discussione la teoria finanziaria tradizionale secondo cui i mercati si basano sul concetto di efficienza e assoluta razionalità, mostrando come fattori emotivi possano influenzare le scelte di investimento degli individui. I fautori della finanza comportamentale hanno dimostrato che, nel prendere le decisioni, gli investitori non si comportano in modo puramente razionale, utilizzano le euristiche (scorciatoie mentali) e incappano in una serie di bias (errori) cognitivi dovuti a modalità sbagliate di interpretare la realtà.

Tra i bias comportamentali di cui un investitore può cadere vittima c’è l’eccesso di fiducia in sé stessi, che va di pari passo con l’eccesso di ottimismo: in entrambi i casi, la tendenza è quella di assumere più rischio di quanto si sia disposti a sopportare, sottovalutando la possibilità di incorrere in una perdita. Nello specifico, l’overconfidence (o eccessiva sicurezza) ci porta ad ignorare i segnali del mercato e le informazioni che contrastano con le proprie idee. Gli studi hanno dimostrato che quando si ha un’idea di investimento, vengono considerate più attendibili le informazioni che sostengono la propria tesi rispetto a quelle che vanno nella direzione contraria. Nel caso di eccessivo ottimismo si sopravvaluta la probabilità che si verifichino eventi positivi e si sottovaluta quella associata ad eventi negativi.

Un altro errore molto comune è, al contrario, la scarsa fiducia in noi stessi, che ci porta a lasciarci influenzare da pensieri e comportamenti di chi ci circonda – il cosiddetto “effetto gregge”. Siamo intimamente convinti che gli altri abbiano informazioni di cui noi non siamo a conoscenza e così siamo portati a seguirli in modo irrazionale, invece di fare le scelte giuste per noi in base alle informazioni di cui disponiamo.

Anche l’avversione alle perdite è molto frequente tra gli investitori: quando sperimentiamo un ribasso soffriamo più di quanto non gioiamo quando realizziamo un guadagno equivalente. Per evitare questa sofferenza, tendiamo a vendere troppo presto investimenti in rialzo, per paura di un improvviso crollo, e a tenere troppo a lungo investimenti in calo, per paura di realizzare la perdita. Collegata all’avversione alle perdite c’è poi l’avversione alle incognite, che ci spinge a preferire soluzioni note rispetto a situazioni meno chiare (tradotto: meglio un investimento sicuro, che offra reddito fisso e regolare, rispetto a uno più volatile e meno prevedibile, anche se più redditizio).

Questo è solo un primo assaggio, gli errori comportamentali individuati dalla letteratura sono molti. Ma a cosa serve conoscerli? L’idea di base è che la presa di coscienza delle trappole in cui possiamo cadere può aiutarci a interrompere gli automatismi mentali e a evitare gli ostacoli – o almeno a tenerne conto e a limitare i danni.